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GRATUITO PATROCINIO PER LE VITTIME DI VIOLENZA. AMMISSIONE NON PIU’ VINCOLATA AI LIMITI DI REDDITO.

La Corte Costituzionale con la prima sentenza del 2021 (Cort. Cost. 01/2021) si è pronunciata sulla delicata tematica riguardante l’ammissione al gratuito patrocinio a spese dello Stato per le vittime di violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia ed atti persecutori.
Le vittime dei reati quali maltrattamenti in famiglia, mutilazioni degli organi genitali femminili, violenze sessuali, abusi sessuali su minori, gli stupri di gruppo, lo stalking e altri atti persecutori, la riduzione a schiavitù, la prostituzione minorile, la pedopornografia, il turismo sessuale, il sesso davanti a minori e l’adescamento di minorenni, avranno il diritto di accedere al patrocinio gratuito indipendentemente dal proprio reddito familiare.
La decisione della Corte non avrà risvolti e conseguenze solo economiche, ma permette ad ogni persona, vittima di abusi e violenza, la possibilità di accedere gratuitamente, in ogni condizione finanziaria essa si trovi, alla Giustizia.
Nella motivazione della sentenza si precisa che la richiesta dei giudici di merito di dimostrare redditi entro i limiti fissati all’art. 76 del “Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia”, alle vittime di violenza, accentua la loro delicata vulnerabilità vista la particolare natura dei reati in questione, per cui è necessario offrire un concreto sostegno alla persona, incoraggiando a denunciare ed a partecipare attivamente al percorso di emersione della verità.
La pronuncia pone le sue radici anche nella Convenzione di Istanbul in materia di prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne la violenza domestica. L’art. 57 stabilisce che le gli Stati garantiscono che le vittime abbiano diritto all’assistenza legale e al gratuito patrocinio alle condizioni stabilite dal diritto interno.
Il Giudice Costituzionale, ha quindi scelto come chiave di lettura per la norma del Testo unico, nei reati di violenza, l’accesso al gratuito patrociniole alle vittime,in virtù della natura stessa del reato, sottolineando la posizione di aiuto verso tutte le vittime, indipendentemente da genere, età e reddito di abusi e violenze.

CONTRATTO c.d. “PRELIMINARE DI PRELIMINARE”: NATURA GIURIDICA ED EFFICACIA

Quando la contrattazione preliminare relativa alla compravendita immobiliare sia scandita in due fasi, con la previsione della stipula di un contratto preliminare successiva alla conclusione di un primo accordo, il giudice deve preliminarmente verificare se tale accordo costituisca già un preliminare valido e suscettibile di conseguire effetti ex artt. 1351 e 2932 c.c., ovvero abbia soltanto effetti obbligatori con esclusione dell’esecuzione in forma specifica in caso di inadempimento. È quanto si legge nella sentenza del Tribunale di Bari del 17 luglio 2020, n. 2252.

In effetti già in precedenza la giurisprudenza di legittimità aveva osservato che è valida e produttiva di effetti la stipulazione di contratto preliminare di preliminare, ossia di un accordo che preveda anche solamente effetti obbligatori (e con esclusione dell’esecuzione in forma specifica in caso di inadempimento), se sia configurabile un interesse delle parti ad una formazione progressiva del contratto fondata su una differenziazione di contenuti negoziali.

La violazione di tale accordo costituisce fonte di responsabilità contrattuale da inadempimento di una obbligazione specifica sorta nel corso della formazione del contratto (Cass. civ. sez. Unite, 6 marzo 2015, n. 4628).

La Suprema Corte, con la pronuncia or ora richiamata, era giunta al riconoscimento della piena validità di quegli accordi prodromici al contratto preliminare tradizionalmente inteso allorché sia rinvenibile in essi, secondo la preliminare valutazione del Giudice di merito, l’interesse delle parti alla formazione progressiva del contratto ed alla differenziazione dei contenuti negoziali, e sempre che appaia identificabile la più ristretta area del regolamento di interessi coperto dal vincolo negoziale con essi originato.

Detti accordi, pertanto, ove ricorrano i presupposti appena citati, devono ritenersi contratti perfettamente validi, perseguenti interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico; contratti la cui violazione, contraria a buona fede, può dar luogo a responsabilità contrattuale da mancata stipulazione del contratto stipulando.

In altre parole, tale negozio è di per sé stesso valido ed efficace, ove sia configurabile un interesse delle parti meritevole di tutela alla formazione progressiva del contratto fondata sulla differenziazione dei contenuti negoziali delle varie fasi in cui si articola il procedimento formativo, (Cass. civ. sez. II, 19 novembre 2019, n. 30083; Cass. civ. sez. II, ord., 7 maggio 2020, n. 8638).

Non si tratta, in ogni caso, di affermare la validità del preliminare del preliminare già in via generalizzata, bensì avuto preciso riguardo alla causa concreta dell’operazione negoziale ove reputata meritevole dal giudice nel caso concreto. In altri termini, il “preliminare aperto” è valido – sottolinea la Suprema Corte – soltanto se «emerga la configurabilità dell’interesse delle parti a una formazione progressiva del contratto basata sulla differenziazione dei contenuti negoziali e sia identificabile la più ristretta area del regolamento di interessi coperta dal vincolo negoziale originato dal primo preliminare».

L’indicazione di valide ragioni atte a giustificare l’accordo procedimentale si riverbera, come sottolinea la Corte, anche in ordine al regime di responsabilità in caso di violazione del preliminare del preliminare: infatti, il rifiuto di proseguire nel procedimento di formazione del contratto può legittimarsi soltanto dinanzi a una ragione conforme a buona fede. Ove ciò non sia, al contrario, la violazione del “preliminare aperto” darà luogo a una responsabilità contrattuale – poiché si tratta, in ogni caso, di accordi negoziali – la quale determinerà un risarcimento dell’interesse negativo, simile a quello risarcibile nel caso di responsabilità da rottura ingiustificata delle trattative.

Non ci si deve fermare, pertanto, all’alternativa “preliminare o definitivo“, perchè far ciò significa amputare le forme dell’autonomia privata, sia quando si vuole rintracciare ad ogni costo il contratto preliminare in qualunque accordo iniziale, sia quando si ravvisa nel c.d. preliminare chiuso il contratto definitivo, passibile soltanto di riproduzione notarile.

Spetterà all’interprete vagliare caso per caso l’emergere dell’interesse delle parti e verificare, soprattutto nelle contrattazioni immobiliari, se la proposta irrevocabile contenga gli elementi del contratto preliminare o se costituisca una mera puntazione delle trattative, perché le parti hanno omesso di verificare – e lo faranno solo in sede di preliminare – alcuni elementi essenziali del negozio.

Sul punto, di recente, la Corte di Cassazione (sez. II sentenza n. 26484 del 17 ottobre 2019 ha affermato che: «La stipulazione di un contratto preliminare di preliminare, in virtù del quale le parti si obbligano a concludere un successivo contratto che preveda soltanto effetti obbligatori (nella specie, relativo ad una compravendita immobiliare), ha natura atipica ed è valido ed efficace, ove sia configurabile un interesse delle parti, meritevole di tutela, ad una formazione progressiva del contratto, perché la procedimentalizzazione delle fasi contrattuali non può essere considerata, di per sé, connotata da disvalore, se intesa a comporre un complesso di interessi che sono realmente alla base dell’operazione negoziale; la violazione di tale accordo, in quanto contraria a buona fede, è idonea a fondare una responsabilità contrattuale da inadempimento di una specifica obbligazione sorta nella fase precontrattuale» (v. anche Cass. civ. sez. II, ord., 28 novembre 2019, n. 31188).

L’ASSICURAZIONE DEL “VETTORE” RISARCISCE PER INTERO IL PASSEGGERO SOLO SE IL CONDUCENTE E’ RESPONSABILE.

La Cassazione, con la sentenza n. 4147 del 13 febbraio 2019, ha fissato un precedente che stravolge l’iter sin qui seguito per ottenere il risarcimento dei danni, comunque sempre dovuto, per i passeggeri in caso di incidente stradale.

La Suprema Corte ha infatti stabilito che il conducente dell’auto su cui viaggia il trasportato deve essere almeno corresponsabile del sinistro, affinché scatti l’obbligo risarcitorio in capo alla sua assicurazione.

In pratica chi sia rimasto danneggiato in un sinistro stradale mentre si trovava a bordo di un veicolo in qualità di trasportato non può ottenere il risarcimento del danno dall’assicuratore del vettore, ai sensi dell’art. 141 cod. assicurazioni private, qualora il convenuto dimostri che la responsabilità del sinistro sia esclusivamente a carico del conducente dell’altro veicolo ovvero l’assicuratore di quest’ultimo intervenga nel giudizio e riconosca la responsabilità del proprio assicurato.

Fermo restando comunque che, una volta accertata la corresponsabilità del vettore nell’incidente, il suo assicuratore deve risarcire integralmente il danneggiato, a prescindere dalla misura di responsabilità dei soggetti coinvolti (salvo rivalsa verso le compagnie degli altri responsabili).

In conclusione, ad avviso della Cassazione il legislatore del 2005, con l’art. 141 Cod. Ass., ha creato una mera praesumptio iuris tantum sulla falsariga dell’art. 2054 c. 1 c.c. e non ha reso oggettiva la responsabilità dell’assicuratore del vettore. Per tutte le ragioni sopra esposte, la Suprema Corte accoglie il ricorso dell’assicurazione del vettore ed enuncia i seguenti principi:

  • il caso fortuito va inteso in senso giuridico, ossia comprensivo delle condotte umane;
  • il caso fortuito rappresenta il limite all’obbligo risarcitorio dell’assicuratore del vettore verso il trasportato danneggiato nel sinistro;
  • il vettore deve essere almeno corresponsabile del sinistro, quale presupposto della condanna risarcitoria del suo assicuratore;
  • se viene accertata la corresponsabilità del vettore (an) è irrilevante la sua misura (quantum), poiché l’assicuratore del vettore deve risarcire in toto il trasportato (salvo rivalsa);
  • l’assenza di responsabilità del vettore può essere dimostrata dal suo assicuratore, che provi il caso fortuito;
  • dall’intervento dell’assicuratore di uno dei corresponsabili, che lo esoneri dall’obbligo risarcitorio; dichiarando l’esclusiva responsabilità del proprio assicurato.

Di seguito la massima: “In tema di risarcimento del danno da circolazione stradale, l’azione conferita dall’art. 141 del d.lgs. n. 209 del 2005 al terzo trasportato, nei confronti dell’assicuratore del vettore, postula l’accertamento della corresponsabilità di quest’ultimo, dovendosi riferire la “salvezza del caso fortuito”, di cui all’inciso iniziale della norma, non solo alle cause naturali, ma anche alla condotta umana del conducente di altro veicolo coinvolto; la relativa presunzione di legge può,tuttavia, essere superata dalla prova, a carico dell’assicuratore del vettore, della totale assenza di responsabilità del proprio assicurato, ovvero dalla dichiarazione, resa ai sensi dell’art. 141, comma 3, del d.lgs. n. 209 del 2005 dall’assicuratore del responsabile civile intervenuto nel processo, a fronte della quale il giudice è tenuto ad estromettere l’originario convenuto, rivolgendosi “ex lege” la domanda risarcitoria dell’attore verso l’assicuratore intervenuto. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO TORINO, 16/08/2016)” (Cassazione civile, sez. III, Sentenza 13/02/2019 n° 4147).

FAMIGLIA DI FATTO INSTAURATA DAL BENEFICIARIO – CONSEGUENZE – PERDITA DEL DIRITTO ALL’ASSEGNO DIVORZILE – RIMESSIONE ALLE SEZIONI UNITE

La Prima sezione civile ha rimesso gli atti al Primo presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite della S.C. della questione di massima di particolare importanza, se l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, faccia venire meno in maniera automatica il diritto all’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, ovvero al contrario se ne possa affermare la perduranza, valorizzando il contributo dato dall’avente diritto al patrimonio della famiglia e dell’altro coniuge, nel diverso contesto sociale di riferimento.

DECRETO “RIPARTENZA” ED ORDINANZA DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE LAZIO DEL 16 MAGGIO 2020: ECCO COSA RIAPRIRA’ DA LUNEDI’ 18 MAGGIO 2020 E COSA CAMBIERA’ NELLE REGOLE SUGLI SPOSTAMENTI.

Ripartenza dal 18 maggio: ecco le misure previste dall’ordinanza del Presidente della Regione Lazio N. Z00041 del 16/05/2020.

L’ordinanza regionale è stata emanata a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Legge n.33/2020 del 16 maggio 2020, che ha previsto la cessazione dell’efficacia di tutte le misure limitative della circolazione all’interno del territorio regionale di cui agli articoli 2 e 3 del Decreto Legge n.19/2020, nonché la possibilità da parte delle Regioni di adottare protocolli e linee guida tese a disciplinare lo svolgimento proprio delle attività economiche, produttive e sociali.

A decorrere dal 18 maggio 2020 potranno quindi riprendere attività economiche ed artigianali quali commercio al dettaglio in sede fissa e su aree pubbliche, centri commerciali e outlet, le attività artigianali, le agenzie di viaggio nonché i servizi di somministrazione di alimenti e bevande.

Saranno poi riprese le attività di servizi della persona (barbieri, parrucchieri centri estetici, centri tatuatori e piercing).

Queste attività dovranno svolgersi nel rispetto dei contenuti delle Linee di indirizzo per la riapertura delle Attività Economiche e Produttive elaborate dalla Conferenza dei Presidenti delle Regioni ed allegate all’ordinanza stessa.
Saranno inoltre consentite lo svolgimento di attività sportive individuali, anche presso strutture e centri sportivi, nel rispetto delle misure di sanificazione e distanziamento fisico tra gli atleti – addetti ed istruttori, con esclusione di utilizzo degli spogliatoi, piscine, palestre, luoghi di socializzazione.

Per quanto riguarda gli esercizi marittimi saranno consentite l’attività nautiche di diporto l’attività di pesca nelle acque interne (fiumi, laghi naturali e artificiali) e in mare (sia da imbarcazione che da terra che subacquea).

Potranno riprendere l’attività di allenamento e di addestramento di animali in zone ed aree specificamente attrezzate, in forma individuale da parte dei proprietari o degli allevatori e addestratori; l’apicultura e la caccia selettiva delle specie di fauna selvatica allo scopo di prevenire ed eliminare gravi problemi per l’incolumità pubblica.

Per la circolazione area sarà possibile il volo di aerei ultraleggeri.

Per le attività ancora sospese, sarà consentito l’accesso alle strutture e agli spazi aziendali esclusivamente al personale impegnato in attività di allestimento, manutenzione, ristrutturazione, montaggio, pulizia e sanificazione, nonché a operatori economici ai quali sono commissionate tali attività finalizzate alla predisposizione delle misure di prevenzione e contenimento del contagio propedeutiche a successive disposizioni di apertura.

Tutte le attività di cui è consentita la riapertura adottano tutte le generali misure di sicurezza relative, a titolo esemplificativo e non esaustivo, all’igiene personale e degli ambienti e del distanziamento fisico, nonché quelle specificamente definite per ciascuna tipologia nelle Linee di indirizzo per la riapertura allegate alla presente ordinanza.

Tali attività dovranno rispettare un orario di chiusura specifico, non oltre le ore 21:30, fatta esclusione delle farmacie, parafarmacie, aree di servizio, servizi di somministrazione di alimenti e bevande sul suolo o da asporto.

Saranno infine consentiti gli spostamenti all’interno delle regioni senza necessità di darne giustificazione.

Resta ovviamente vietato qualunque forma di assembramento in luoghi pubblici, pur tornando ad essere possibile riunirsi nel rispetto della distanza minima di sicurezza.

Riprenderanno le funzioni religiose, ma nel rispetto dei protocolli sottoscritti dal Governo e dalle rispettive confessioni al fine di assicurare distanziamento ed evitare la diffusione del contagio.

SCARICA IL PDF DEL DECRETO LEGGE 32/2020 DEL 16/05/2020

SCARICA IL PDF DELL’ORDINANZA DELLA REGIONE LAZIO N. Z00041 DEL 16/05/2020

VADEMECUM PER IL COLLOCAMENTO LAVORATIVO DELLE PERSONE CON DISABILITÀ – PROGETTO NATURABILITY II

Il presente Vademecum è frutto della pluriennale collaborazione in materia di inclusione sociale delle persone con
disabilità sviluppatasi fra le associazioni Dokita onlus, HAbitaTerra, Demetra e Articolo Ventiquattro, partner nel progetto
Natur-Ability II: nuovi percorsi di inclusione sociale in favore di giovani con disabilità nel territorio dell’Agro
Pontino (https://www.dokita.org/progetti/natur-ability-2/), finanziato dell’ambito dell’Avviso Pubblico della Regione Lazio –
Direzione Regionale Formazione, Ricerca, Innovazione, Scuola Università e Diritto allo Studio, denominato “Presa in carico,
orientamento e accompagnamento per l’inclusione sociale attiva” a valere sul POR FSE Lazio 2014-2020.
Esso ha lo scopo di inquadrare gli elementi essenziali e necessari per favorire il difficoltoso percorso di inserimento della
persona con disabilità nel mondo del lavoro. È un tentativo di dare una risposta alle domande frequenti di chi si trova nella
necessità di come fare e a chi rivolgersi per trovare un’attività lavorativa per il proprio congiunto nel labirinto della burocrazia.
In particolare, per collocamento mirato si intende “il complesso degli strumenti che permettono di valutare
adeguatamente le persone con disabilità nelle loro capacità lavorative e di inserirle nel posto a loro più adatto,
attraverso analisi di posti di lavoro, forme di sostegno, azioni positive e soluzioni dei problemi connessi con gli ambienti, gli
strumenti e le relazioni interpersonali sui luoghi di lavoro e di relazione.

SCARICALO ORA IL FILE IN PDF – TROVERAI INFORMAZIONI IMPORTANTI

LA VIOLAZIONE DELLE RESTRIZIONI PER IL CONTENIMENTO DEL COVID-19: COSA SI RISCHIA?

Passeggiare senza un’apparente motivazione è un’attività rilassante e tutt’altro che dispendiosa, tranne al tempo del COVID-19 !

Per fronteggiare l’emergenza epidemiologica in corso, il legislatore ha introdotto contingenti ed eccezionali misure restrittive della libertà personale di ognuno, cercando di limitare quei comportamenti sociali che potessero favorire la diffusione del virus.

La prima tappa normativa dell’emergenza si individua con il D.L. 23/02/2020, n.6.

Con il decreto in oggetto il legislatore, dopo aver previsto misure di contenimento da imporre ad imprese e cittadini al fine di evitare la propagazione del contagio, sanzionava l’inosservanza alle predette misure mediante la disposizione contenuta nell’art.3, comma 4, stabilendo che “salvo che il fatto costituisca più grave reato, il mancato rispetto delle misure di contenimento di cui al presente decreto è punito ai sensi dell’art.650 del codice penale”.

Considerata, tuttavia, la scarsa efficacia dissuasiva di tale incriminazione, poiché trattandosi di reato bagatellare la sanzione era oblabile, con estinzione del reato ed applicazione di una pena pecuniaria a dir poco irrisoria, il successivo D.L. 25/03/2020, n.19, nel riordinare l’intera disciplina emergenziale, ha radicalmente mutato il sistema sanzionatorio.

La violazione delle misure di distanziamento sociale è stata depenalizzata e, per l’effetto, trasmutata in un illecito amministrativo punito con una ammenda da 400,00 a 3.000,00 euro (art.4, D.Lgs. 25/03/2020, n.19).

E’ rimasto immutato il contenuto dei precetti e dei divieti, sono state sostituite le pene principali (pecuniarie) ed accessorie (chiusura attività imprenditoriale), ritenendole più adeguate in termini di efficacia deterrente, incisività, semplicità ed immediatezza, in quanto irrogate direttamente dall’Autorità Amministrativa ai sensi dell’ormai collaudato meccanismo della Legge n.689/81.

Ma cosa succede a chi è stato sanzionato prima del 25/03/2020, ovvero prima dell’entrata in vigore del D.L. 25/03/2020, n.19 ?

Nel rispetto del principio del favor rei, al soggetto verrà sempre applicata la norma ad egli più favorevole.

Il regime intertemporale per consentire il passaggio dal vecchio al nuovo sistema sanzionatorio è regolato dall’art. 4, comma, 8, del D.L. 25/03/2020, n.19.

In concreto, l’effetto di tale disposizione normativa è che gli illeciti commessi antecedentemente alla sua entrata in vigore (e quindi fino alle 23:59 del 24/03/2020), saranno puniti con una sanzione amministrativa da applicare retroattivamente, nella misura minima ridotta della metà, e quindi pari a 200,00 euro.

Pertanto i procedimenti penali pendenti, scaturiti da violazioni commesse antecedentemente al 25/03/2020, l’Autorità giudiziaria dispone la trasmissione degli atti alla competente Autorità amministrativa, che provvederà secondo le cadenze procedurali dettate in materia di illeciti amministrativi.

LA VIOLAZIONE DELLE RESTRIZIONI PER IL CONTENIMENTO DEL COVID-19: COSA SI RISCHIA?Passeggiare senza un’apparente…

Pubblicato da Sportello Legale su Domenica 26 aprile 2020

LOCAZIONI: GLI EFFETTI GIURIDICI DELL’EPIDEMIA DA COVID-19

Il contratto di locazione, quale contratto di durata, è fisiologicamente esposto alle sopravvenienze che intervengono nel corso del rapporto. Sopravvenienze che potendo incidere sulle prestazioni di ciascuna delle parti, acquistano rilievo sul piano dell’equilibrio contratturale.

Nei recenti provvedimenti adottati dal Governo per tentare di mitigare gli effetti della situazione emergenziale determinata dall’epidemia da COVID-19 e dalle scelte imposte per cercare di contenerla, alcune disposizioni riguardano ora i contratti di locazione, segnatamente i contratti di locazione c.d. commerciali, venendo così ad integrare il novero delle regole che nel Codice e nelle leggi complementari disciplinano i contratti.

In ordine a tale ultimo aspetto, va subito premesso che le disposizioni normative in vigore non prevedono alcuna facoltà di sospensione del pagamento dei canoni.

Tuttavia l’art.65 del D.L. 17/03/2020, n.18, prevede in favore dei conduttori di botteghe e negozi una misura di sostegno indiretta, consistente nel credito d’imposta pari al 60% del canone d’affitto versato per il mese di marzo 2020.

Ancora con riferimento al rapporto locativo assume invece rilievo un’altra disposizione del medesimo provvedimento, là dove l’art.91 integra il dettato dell’art.3, D.L.2 marzo 2020, n.9, ora convertito in L. n. 13/2020, stabilendo che il rispetto delle misure dettate per il contenimento dell’epidemia “è sempre valutato ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli artt. 1218 e 1223 C.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti”. Previsione, questa, che viene allora direttamente ad incidere sul rapporto locativo, nella misura in cui attiene in termini generali all’adempimento o, meglio, al possibile inadempimento del conduttore.

In tale ampia prospettiva, che trascende la questione del mancato pagamento del canone e tocca invece il diverso profilo del rapporto locativo, sembra opportuno chiedersi di quali strumenti potranno avvalersi le parti del contratto ed in quale misura potrà essere realizzato un giusto contemperamento tra i contrapposti interessi dei contraenti, ovvero quello del conduttore di continuare ad utilizzare l’immobile per lo svolgimento della propria attività e quello del locatore di ricavare dal bene i frutti civili: diritti che hanno entrambi rilievo sul piano dei principi costituzionali.

In primis, certamente il diritto di recesso, che l’art.7, L.n.392/78 riconosce al conduttore indipendentemente dalle previsioni contrattuali e “quando ricorrano gravi motivi” costituisce una risposta possibile, immediata ma obiettivamente inadeguata a rispondere all’emergenza, giacché segna la fine del rapporto contrattuale e forse anche dell’attività commerciale.

Di maggiore rilievo e meritevoli di approfondimento sono invece quegli istituti che consentirebbero, di fronte al verificarsi di fatti obiettivi, del tutto indipendenti dalla volontà dei contraenti e che incidono sull’equilibrio che sempre deve esserci tra prestazione e controprestazione, di proseguire il rapporto locativo non solo “rebus sic stantibus”, ma anche a condizioni diverse da quelle originariamente pattuite.

Tale possibilità, de iure condito, è a tutt’oggi imprescidibilmente legata alla volontà dei contraenti ad addivenire a nuove condizioni contrattuali, diverse da quelle iniziali.

Né tale “riduzione ad equità” del rapporto potrebbe essere affidata ai Tribunali. Infatti, secondo la dottrina maggioritaria, il Giudice non potrebbe mai correggere il contratto, prevalendo sempre l’autodeterminazione delle parti. L’unica eccezione sistematica si riscontrerebbe nel caso di clausola penale manifestamente eccessiva, la cui riduzione sarebbe espressione di un’integrazione capace di sovrapporsi alle pattuizioni dei contraenti.

Tale possibilità, resta quindi affidata alla reciproca disponibilità e libera volontà di locatore e conduttore, in ossequio al principio dell’autonomia contrattuale dettato dall’art.1322 C.c..

Tuttavia, viene da chiedersi se la situazione eccezionale che stiamo vivendo, non possa costituire l’occasione per dare attuazione all’idea, sinora affidata alle riflessioni della dottrina ed a qualche progetto di legge che non ha visto la luce, di introdurre nel sistema del Codice una regola generale che nei contratti di durata imponga la rinegoziazione delle condizioni contrattuali in presenza, appunto, di sopravvenienze eccezionali ed imprevedibili.

E’ maturo il tempo per riflettere sui rimedi manutentivi del rapporto obbligatorio e non ragionare solo in termini risolutivi?

La strada forse è tracciata: si dovrà avere il coraggio di percorrerla fino in fondo, di modo che il ricordo di tale periodo non rimanga solo nei libri di storia o di economia, ma sia presente anche nelle rassegne di giurisprudenza e renda concreta ed operante la solidarietà sociale, al riparo da abusi ed emulazioni da ambo le parti.

RESPONSABILITA’ DELLA STRUTTURA SANITARIA PER OMESSO TRASFERIMENTO DEL PAZIENTE

 Omesso trasferimento del paziente presso una struttura specializzata? È responsabile la struttura sanitaria

È quanto affermato dal Tribunale di Firenze la quale, con sentenza del 21 giugno 2018, ha affermato che: “sussiste la responsabilità della struttura sanitaria per aver omesso di trasferire immediatamente il paziente presso un ospedale specializzato, ovvero dotato delle attrezzature necessarie al trattamento della patologia del medesimo. Tale condotta omissiva configura, infatti, un inadempimento all’obbligo di intervento gravante sull’ente ospedaliero, che impone l’adozione di tutte le misure di emergenza necessarie alla cura del paziente”. 

Il caso: Gli eredi di una signora convenivano davanti al Tribunale di Firenze la casa di cura ove la donna era stata ricoverata, al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in conseguenza del decesso della medesima, da ricondursi a negligenza, imprudenza ed imperizia dei medici operanti nella struttura convenuta e alle carenze organizzative di quest’ultima.

In particolare, gli attori lamentavano che la donna era stata sottoposta presso la suddetta casa di cura ad intervento chirurgico di protesizzazione dell’anca e che al momento del ricovero si trovava in condizioni già abbastanza precarie.

Secondo quanto rappresentato da parte attrice, durante l’anestesia effettuata prima dell’intervento, alla donna non veniva praticata la trasfusione di sangue pure richiesta il giorno precedente dal personale medico. Nelle ore successive all’operazione chirurgica, dai controlli clinici emergeva il crollo dell’emoglobina nella paziente, la quale veniva conseguentemente sottoposta ad una trasfusione. Soltanto nel primo pomeriggio, all’esito della diagnosi di infarto ed edema polmonare, la donna veniva trasferita presso altra struttura sanitaria, ormai in stato di shock emorragico, e poco dopo decedeva.

Gli eredi evidenziavano che dalla CTU medico legale effettuata in sede di giudizio erano emerse:

i) una responsabilità omissiva, di natura extracontrattuale, dei singoli sanitari della struttura, i quali avrebbero dovuto decidere per l’immediato trasferimento della donna presso un ospedale dotato di cardiologia emodinamica e di reparto di terapia intensiva già al sorgere dei primi sintomi che avrebbero dovuto far pensare ad un infarto miocardico;

ii) una responsabilità da disorganizzazione, di natura contrattuale, della struttura ospedaliera.

Gli attori evidenziavano, infine, di aver esperito il tentativo di mediazione, che aveva tuttavia avuto esito negativo per la mancata partecipazione della convenuta all’apposito incontro e che, nonostante gli esiti della CTU suddetta avessero confermato la responsabilità della struttura nella causazione del decesso della donna, la convenuta non si era resa disponibile ad alcun accordo transattivo.

Si costituiva la struttura ospedaliera, contestando quanto rilevato dagli attori.

Il Giudice, istruita la causa documentalmente, all’esito accoglieva le domande risarcitorie degli attori.

 

Impatti pratico-operativi

Il Giudice ha anzitutto accertato la sussistenza della condotta negligente della casa di cura convenuta per aver omesso di eseguire sia un controllo preoperatorio al cuore e sia una visita anestesiologica, in quanto tali accertamenti avrebbero consentito di valutare con attenzione il rischio operatorio e l’adeguatezza dell’intervento chirurgico, tenuto anche conto che la paziente presentava già una patologia cardiaca ed aveva un’età avanzata (settantotto anni).

A tal riguardo, il giudicante, richiamandosi alla giurisprudenza di legittimità, ha ribadito, infatti, che le omissioni della cartella clinica devono essere interpretate in senso sfavorevole alla struttura ed ha pertanto ritenuto che tali controlli non fossero stati svolti dai sanitari proprio in quanto non presenti in cartella clinica.

Sul punto, il giudice si è peraltro discostato dalle conclusioni del CTU, il quale aveva invece ritenuto che dalla mancata annotazione in cartella clinica della valutazione del rischio operatorio doveva invece farsi discendere che l’intervento era stato valutato dai sanitari come adeguato.

Ciò evidenziato, il giudice ha altresì osservato che il CTU aveva invece correttamente rilevato la grave condotta omissiva tenuta dai sanitari successivamente all’intervento, i quali, pur sospettando l’insorgere di una patologia cardiaca acuta e un evento ischemico non avevano inviato immediatamente la paziente alla struttura ospedaliera specializzata, per consentire un tempestivo trattamento della patologia cardiaca.

Al riguardo, il giudicante, richiamandosi alle conclusioni espresse dal consulente tecnico, ha evidenziato che in tali casi, se il paziente non viene sottoposto a terapia nelle prime due ore dalla comparsa dei sintomi muore nel 70% dei casi e nella specie, la donna era stata trattata con un ritardo di almeno tre ore.

Nello specifico, il giudice ha, infatti, osservato che pur sospettando dell’infarto in atto a partire dalla mattina del giorno successivo all’intervento, i sanitari avevano omesso di trasferire immediatamente la paziente all’ospedale dotato di tutte le attrezzature necessarie al trattamento della patologia, prima che si aggravasse. Soltanto, infatti, nel primo pomeriggio i medici avevano deciso di disporre il trasferimento in questione, ma una volta giunta al pronto soccorso dell’ospedale la donna era già in condizioni praticamente irreversibili.

In considerazione di ciò, il giudice ha ritenuto sussistente la responsabilità della struttura sanitaria per violazione dei principi di diligenzaprudenza e perizia nell’adempimento dell’obbligo di intervento sulla medesima gravante, che richiede l’adozione di tutte le misure di emergenza necessarie, quali appunto l’immediato trasferimento del paziente presso strutture specializzate o la convocazione di specialisti.

Il giudice ha dunque accertato la sussistenza del nesso causale tra l’evento morte e la condotta negligente della struttura, peraltro precisando che sebbene il CTU si fosse richiamato alle chance (60-70%) che la paziente avrebbe avuto di sopravvivere se trattata tempestivamente in maniera adeguata, ciò non potesse vincolare il giudice stesso ai fini della qualificazione del danno come mera perdita di chance, avendo piuttosto nel caso di specie il CTU accertato il nesso causale diretto – non certo ma comunque altamente probabile – tra il decesso e la condotta omissiva dei medici.

Il Giudice ha pertanto condannato la struttura sanitaria al risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale subiti dai figli iure proprio, nonché per la quota del coniuge della donna deceduto nelle more del giudizio, applicando i valori minimi di cui alle tabelle milanesi ai fini della relativa liquidazione, in ragione dell’età della donna deceduta e della conseguente entità del rapporto perduto.

Infine, il giudice ha condannato la struttura sanitaria per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 III comma c.p.c., al pagamento di un’ulteriore somma pari all’importo delle spese legali liquidate, in quanto:

i) gli attori avevano esperito il tentativo di mediazione, al quale tuttavia non avevano partecipato nè la struttura sanitaria, né la compagnia di assicurazione;

ii) nonostante la perizia del CTU in sede di accertamento tecnico preventivo avesse accertato la responsabilità della struttura convenuta, quest’ultima e la compagnia assicurativa non avevano proceduto a liquidare in favore dei congiunti neppure una somma in acconto.

 

Tribunale di Firenze, sentenza del 21 giugno 2018

 

Responsabilità civile

Il termine “lungo” di prescrizione si applica a tutti i danneggiati dal fatto-reato

In tema di diritto al risarcimento del danno prodotto dalla circolazione di veicoli, la disposizione del terzo comma dell’art. 2947 c.c., che prevede, ove il fatto che ha causato il danno sia considerato dalla legge come reato, l’applicabilità all’azione civile per il risarcimento, in luogo del termine biennale stabilito dal secondo comma dello stesso articolo, di quello eventualmente più lungo previsto per detto reato, è invocabile da qualunque soggetto che abbia subito un danno patrimoniale dal fatto considerato come reato dalla legge, e non solo dalla persona offesa dallo stesso, ove detto danno sia conseguenza risarcibile dello stesso fatto-reato e, dunque, ad esso collegato eziologicamente anche in via mediata e indiretta, secondo il criterio della regolarità causale. La conferma arriva dalla Cassazione con ordinanza del 24 ottobre 2018, n. 26958.

PRECEDENTI GIURISPRUDENZIALI:
Conformi: Cass. civ. sez. III, 22 gennaio 1968, n. 171

Cass. civ. sez. III, 6 settembre 1976, n. 3106

Cass. civ. sez. III, 26 febbraio 2003, n. 2888

Cass. civ. sez. III, 5 luglio 2017, n. 16481

Difformi: Non si rinvengono precedenti

B.P. ha impugnato la sentenza del Tribunale di Civitavecchia, che ne accoglieva il gravarne avverso la decisione del Giudice di pace della medesima Città soltanto sul capo della liquidazione delle spese di lite, confermandola quanto alla responsabilità al 50% del medesimo B.P. per il sinistro stradale del 29 settembre 2003 (allorquando, alla guida della propria bicicletta, entrava in collisione con il ciclomotore condotto da V. C. e di proprietà di L.B.), con condanna dello stesso B.P. al risarcimento, nella predetta misura del 50%, del danno non patrimoniale patito da V.C. e di quello patrimoniale patito da L.B.

Il giudice di appello ha applicato, nella specie (ossia al pregiudizio patrimoniale subito dalla proprietaria del ciclomotore danneggiato nel sinistro per cui è causa), il termine di prescrizione quinquennale di cui al terzo comma dell’art. 2947 c.c., decorrente dal giorno del sinistro (29 settembre 2003, “con la conseguenza che il diritto si sarebbe estinto per prescrizione — ove non fosse stato introdotto il giudizio di primo grado — in data 29 settembre 2008”).

Il Tribunale, tuttavia, ha equivocato la portata del precedente giurisprudenziale su cui ha fondato la decisione.

La risalente e consolidata giurisprudenza di legittimità affermava che, quando da uno stesso fatto (nella specie, collisione di veicoli) derivino due eventi, di cui uno costituisca illecito penale e l’altro illecito civile, il più lungo termine di prescrizione stabilito dall’art. 2947, comma 3, c.c.per il fatto considerato dalla legge come reato non è applicabile anche al risarcimento del danno derivante dall’illecito civile, il cui diritto è diverso e autonomo rispetto a quello derivante dal reato. Tale principio opera, però, solo quando i predetti eventi dannosi riguardino soggetti diversi, mentre nell’ipotesi di danni (nella specie, alla persona ed alle cose) subiti contemporaneamente da uno stesso soggetto si applica l’unico (più lungo) termine di prescrizione, giacché la coincidenza degli interessi lesi in un solo soggetto determina la compromissione di una unica sfera giuridica, con conseguenze dannose tutte ad essa riferibili, alle quali corrisponde il diritto, unico penale pendente, al fine di evitare la prescrizione, e, soprattutto, per la possibilità della costituzione di parte civile nel processo penale, dove la pretesa di risarcimento inerente all’illecito civile non si presenta con carattere di autonomia rispetto a quella di risarcimento del danno specifico derivante dal fatto costituente reato.

Si è, poi, affermato che, in tema di diritto al risarcimento del danno prodotto dalla circolazione di veicoli, la disposizione del terzo comma dell’art. 2947 c.c., che prevede, ove il fatto che ha causato il danno sia considerato dalla legge come reato, l’applicabilità all’azione civile per il risarcimento, in luogo del termine biennale stabilito dal secondo comma dello stesso articolo, di quello eventualmente più lungo previsto per detto reato, è invocabile da qualunque soggetto che abbia subito un danno patrimoniale dal fatto considerato come reato dalla legge, e non solo dalla persona offesa dallo stesso.

In particolare, il fatto illecito generatore del danno, ove sia considerato dalla legge come reato, conserva detta natura anche se il soggetto danneggiato non sia la persona offesa da questo. In questo caso, poiché il fatto che ha causato il danno risarcibile è considerato dalla legge come reato, ai fini prescrizionali si applica la disciplina prevista dal terzo comma dell’art. 2947 c.c.e non dai primi due commi dello stesso articolo. In altri termini, la predetta norma di cui all’art. 2947, comma 3, c.c., è invocabile da qualunque soggetto che abbia subito un danno patrimoniale dal fatto considerato dalla legge come reato e non solo dalla persona offesa dallo stesso.

Per rendere più chiaro il principio, è stato puntualizzato che il proprietario dell’auto su cui viaggiava il danneggiato (se diverso da questi), non ha subito un danno (conseguenza) dal reato (evento) di lesioni, ma solo un “danneggiamento colposo” dell’auto, che non costituendo reato comporta che il diritto al risarcimento si prescrive in due anni. Diversamente, il datore di lavoro del danneggiato, che ha corrisposto la retribuzione a questi durante il tempo dell’invalidità temporanea, ha subito un danno-conseguenza patrimoniale dall’evento di lesioni colpose (reato), subito dal lavoratore dipendente, con la conseguenza che il termine prescrizionale del diritto al risarcimento è quello di cui all’art. 2947, comma 3, c.c. Se il datore di lavoro è anche proprietario dell’auto, sommandosi nello stesso soggetto sia la qualità di danneggiato dal fatto di reato che di danneggiato da illecito esclusivamente civile, in applicazione dello stesso principio che attiene all’offeso dal reato, potrà avvalersi del più lungo termine prescrizionale di cui all’art. 2947, comma 3, c.c.

Esito del ricorso:

Cassa la sentenza n. 1014/2016 del Tribunale di Civitavecchia depositata il 22 settembre 2016 e decide nel merito

Riferimenti normativi

Art. 2947 c.c.